(di Eleonora De Biaggi)

Il neo ministro del Lavoro conferma che occorre una semplificazione delle regole del contratto a termine che così come sono costituiscono un freno all’occupazione per due motivi: il primo dovuto all’allungamento degli intervalli minimi tra un contratto e l’altro passati da 10 a 60 giorni (per i contratti fino a 6 mesi) e da 20 a 90 gg (oltre i 6 mesi), e l’altro fattore di criticità è il costo del lavoro in quanto sui contratti a termine grava l’1,4% in più di onere contributivo.

Le ipotesi allo studio sono la riduzione dei periodi di intervallo delegando la contrattazione collettiva a stabilire pause di durata inferiore, e l’altra ipotesi riguarda il “causalone“. La legge Fornero ha eliminato l’obbligo di indicare le causali di ricorso al contratto a termine solo per il primo contratto a tempo determinato stipulato per un massimo di 12 mesi, tra le ipotesi allo studio ci sarebbe quella di rendere meno stringente la causale avviando verso una sorta di acausalità i contratti a termine oppure imitando il modello Europeo che prevede il ricorso a questo contratto nell’ambito di un limite percentuale calcolato sull’organico aziendale.

Per rendere più appetibile si pensa anche a riconoscere incentivi per le nuove assunzioni o per le stabilizzazioni dei contratti (e non quindi un aumento dei contributi).

L’altro impegno riguarda il contratto di apprendistato che rappresenta la prima opportunità di ingresso nel mondo del lavoro con le modalità corrette per l’approccio dei giovani al lavoro alternando l’insegnamento alla pratica lavorativa ma che ad oggi è poco utilizzato dalle imprese.

L’obiettivo è puntare sulla possibilità di fare formazione solo aziendale lasciando solo i controlli esterni agli ispettori e rivedere i vincoli delle nuove assunzioni condizionate della stabilizzazione di almeno il 50% degli apprendisti (30% solo fino a luglio 2015).

Queste sono modifiche indispensabili per dare un avvio concreto a nuove opportunità per i giovani .

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